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Dalle trincee ai salotti e dai salotti alle trincee: la parabola degli intellettuali barricaderi (armiamoci e partite)

Immagine del redattore: Andreas PeruginiAndreas Perugini

Aggiornamento: 19 mar





Dai salotti alle trincee: la parabola degli intellettuali barricaderi accomodati nei salotti TV

C’era una volta l’intellettuale engagé, quello che sventolava il libretto rosso di Mao, che citava Marx nei caffè del centro e che, quando si trattava di sporcarsi le mani, lanciava molotov in nome della rivoluzione proletaria. Era il tempo delle barricate, della lotta di classe, dell’utopia rossa che bruciava nelle università.

Essere un intellettuale o un artista non significa necessariamente prendere posizione contro il potere costituito, ma implica un atteggiamento critico e indipendente nei confronti della realtà sociale, politica e culturale. La funzione dell’intellettuale e dell’artista è spesso vista come quella di analizzare, interpretare e, se necessario, denunciare le contraddizioni del proprio tempo.


Oggi, invece, gli stessi intellettuali – o i loro epigoni più imbellettati – sfoggiano cravatte di seta e si affollano nei talk show per spiegarci la necessità della guerra.

I reduci del Sessantotto, quelli che inneggiavano alla rivoluzione globale e abbracciavano il nemico proletario di allora, oggi si ritrovano sul carro dell’atlantismo militante. Se un tempo cantavano “Immagine” di John Lennon col pugno chiuso (lo stesso pugno che in Occidente faceva rabbrividire perché simbolo del comunismo sovietico), ora si schierano compatti a favore del riarmo e dell’invio di armi all’Ucraina. La coerenza? Un lusso per chi non ha ancora imparato l’arte della trasformazione.

Questa mutazione genetica dell’intellettuale da salotto non è nuova, ma raggiunge oggi l'apice. Già negli anni ‘80 molti ex barricaderi avevano ripiegato su comode cattedre universitarie, editoriali ben pagati e consulenze governative. Hanno scoperto che le rivoluzioni sono faticose, che i sogni di uguaglianza sociale mal si conciliano con le nuove buste paghe, e hanno scelto la strada più comoda: quella del conformismo ben retribuito. Oggi, il vecchio antimperialismo è stato sostituito da una narrazione che giustifica ogni azione dell’Occidente, purché ben confezionata sotto l’etichetta della “democrazia”. La guerra non è più guerra ma è “missione di pace”. L’articolo 11 della Costituzione molto ecomplesso e da interpretare alla bisogna: l’Italia ripudia la guerra senza che ci sia una “pace giusta”, dicono.

Il più grande tradimento degli ex rivoluzionari non è stato nei confronti delle ideologie che hanno abbandonato, ma della loro stessa intelligenza. Ieri parlavano di autodeterminazione dei popoli, oggi sostengono le guerre umanitarie con lo stesso fervore con cui un tempo inneggiavano alla lotta armata dei vietcong. Ieri sputavano sui governi borghesi, oggi ne sono i più fedeli portavoce. L'unico elemento che è rimasto invariato è la loro sicumera: qualunque sia la causa, saranno sempre dalla parte giusta, purché coincida con quella del potere dominante.

E così, mentre le bombe cadono e i popoli soffrono, questi nuovi intellettuali da salotto pontificano su cosa sia giusto e sbagliato. Sono gli stessi che un tempo lanciavano molotov contro il sistema, e che oggi lo difendono con i denti, brandendo penne ben lubrificate dagli editoriali di regime. Cambiano le bandiere, ma loro restano sempre lì: ben saldi al centro della scena, garantendosi un posto a tavola nei banchetti del potere.


Un tempo gli intellettuali hanno storicamente assunto un ruolo di opposizione al potere, come nel caso di figure come Voltaire, Gramsci, Sartre o lo scomodissimo Pasolini. Hanno sfidato le istituzioni e i sistemi di potere del loro tempo. Oggi invece possiamo vantarci di avere i Galimberti e gli Scurati che propagandano lo spirito bellico europeo e la necessità dell’esercizio della forza. O ancora il grande Damiano del Maneskin che bercia dal palco “Fuck Putin!” che più o meno parafrasando è quanto dicono Draghi e la von der Leyen. Lo dicesse in Russia "Fuck Putin" mi toglierei il cappello...

Ciò che distingue un vero intellettuale non è tanto l'opposizione pregiudiziale, ma l'autonomia di pensiero e la ricerca della verità, anche quando questa può risultare scomoda per le élite dominanti o per l'opinione pubblica. Un intellettuale dovrebbe essere una coscienza critica della società, non una scimmietta ammaestrata con un megafono del potere con cui propaganda la merda per cioccolato.




 
 
 

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